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Le sei scene di questo racconto ruotano attorno
a una figura paterna, evocata con contenuta commozione, negli anni grotteschi
e tragici del fascismo, della guerra e del dopoguerra.
La voce dell'autore - che traduce la sua esperienza di saggista in sapiente
controllo di molteplici registri narrativi - indugia sul terribile inverno
romano del '43, a cercare, in basso, segni di umanità, senza traccia
nei piani alti della storia; registra le attese superstiziose della ricostruzione;
torna indietro, per ritrovare il bandolo di una vicenda familiare, ad
una Roma che indulge ancora alla fragile festosità delle passeggiate
al Pincio, senza memoria di una strage umanitaria appena conclusa e ignara
dell'altra che si prepara. E ancora più indietro, alla ricerca
delle radici, in una Calabria perdutamente arcaica e periferica, a riconoscere
le crudeltà della guerra dei ceti, gli oscuri intrecci delle famiglie,
i piccoli omicidi quotidiani del privilegio sociale. Infine di nuovo a
Roma, alla vigilia della guerra, il ritratto del dickensiano giudice B.
fornisce al devastante bilancio della memoria il crisma dell'Autorità.
Gaspare De Caro (Roma 1930) ha scritto
di storia contemporanea (Introduzione a La rivoluzione liberale di Piero
Gobetti, Einaudi, 1964; Salvemini, Utet, 1970), di storia rinascimentale
(Istituzioni del principe cristiano, Zanichelli, 1969; Euridice. Momenti
dell'Umanesimo civile fiorentino, Ut Orpheus, 2006), di storia del pensiero
economico (curando i volumi di Léon Walras, Introduzione alla questione
sociale e L'economia monetaria, Istituto della Enciclopedia Italiana,
1980 e 1985).
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